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Claudia

Curiosità Sui Gatti

Dal gatto selvatico al gatto domestico: come si è evoluto

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Oggi il gatto viene considerato, insieme al cane, l’animale domestico per eccellenza. Eppure sappiamo tutti che il gatto ha una sua lunga storia come animale selvatico e questo si può notare da alcune sue caratteristiche. E’ un animale che ama la sua indipendenza, il poter uscire libero e, anche quando i padroni non gli permettono di farlo (magari perché semplicemente sono impossibilitati a causa della posizione dell’appartamento), mantengono un po’ la loro indipendenza in casa e non riconoscono gli umani come i suoi padroni, ma piuttosto come coinquilini. Non c’è perciò una dipendenza affettiva come accade con il cane.

Nel corso di questo articolo vogliamo appunto affrontare tutto il discorso relativo al passaggio che ha portato il gatto selvatico alla domesticazione. Qual è stata la sua evoluzione?

Cosa significa domesticazione del gatto

Chiariamo prima il significato del termine domesticazione. Quando si parla di rendere domestico un gatto o un qualsiasi altro animale ci si riferisce al processo che porta un animale a essere allevato in cattività affinché la comunità umana possa poi trarne un vantaggio economico, ottenendo un totale controllo sulla sua riproduzione, ma anche sul cibo di cui ha bisogno, così come sull’organizzazione del territorio dove questi animali vivono.

Quando si parla però di domesticazione di cani e gatti il discorso cambia un po’. Questo perché alla base non vi è (solo) questo rapporto d’interesse, ma piuttosto un rapporto di reciproca compagnia. E’ vero che se parliamo per esempio di cani o gatti di razza questo discorso può essere vero, basta pensare agli allevamenti di una specifica razza, realizzati proprio con lo scopo di ottenere cuccioli da rivendere.

Come avviene la domesticazione del gatto

Secondo le teorie a oggi più accreditate, la storia del gatto domestico inizia con il gatto selvatico africano, cioè il Felis Silvestris Lybica. Questo gatto selvatico viveva nelle zone aride, come per esempio possono essere le steppe, le savane, oppure le zone con gli arbusti.

L’aspetto del gatto selvatico africano era caratteristico. Il colore andava dal marrone sabbia fino al grigio-giallo e possedeva sulla coda delle strisce nere. La sua corporatura era esile, sembra che era più piccolo del normale gatto europeo e sin da subito dimostrò di avere una certa affinità nei confronti delle persone. Questa sua predisposizione certamente ne ha reso più facile la domesticazione.

Secondo alcuni studi sembra che il processo di domesticazione iniziò all’incirca verso il 9000 o il 7000 a.C in Palestina. Secondo altri studiosi invece, tale domesticazione avvenne nel 3000 a.C in Egitto.

Per quanto riguarda invece i resti di animali simili a gatti trovati nei siti preistorici, è azzardato avanzare l’ipotesi che venissero tenuti da compagnia. Niente esclude infatti la possibilità che erano ritenuti come una fonte di pelle o di carne.

Perché i popoli antichi hanno voluto addomesticare il gatto?

Come sempre quando non vi sono documenti che attestano in modo equivocabile il perché di una determinata cosa, si possono solo avanzare delle ipotesi, le quali con il tempo vengono poi smentite, rafforzate o confermate. A oggi le ipotesi relative alla domesticazione del gatto sono le seguenti:

  • Veniva addomesticato come fonte di cibo, perciò si nutrivano di gatti
  • Veniva addomesticato in modo tale che potesse aiutare a cacciare i topi e allontanarli appunto dalle riserve alimentari umane
  • Come un culto, basta pensare agli egizi che adoravano i gatti e lo ritenevano il portatore del principio divino
  • Oppure semplicemente per compagnia

Il percorso storico del gatto domestico

Il gatto domestico ha vissuto una storia di domesticazione e di espansione. Vediamo quando è arrivato il gatto, intenso come animale da compagnia, nei vari paesi del mondo.

  • Nei paesi europei arriva verso il 500 a.C
  • Nel lontano Oriente arriva invece verso il 200 a.C Si spostò dall’India verso la Cina e poi il Giappon
  • Nel decimo secolo d.C il gatto domestico era presente praticamente in tutta Europa e Asia
  • Nel 1500 arrivò in America, Australia e Nuova Zelanda

Il periodo più buio per il gatto domestico è stato senza dubbio il Medioevo, quando veniva perseguitato perché considerato il “famiglio” delle streghe. Era visto come la manifestazione viva del demonio. Venne visto male almeno fino al 1600, quando si resero conto che il gatto poteva essere utilizzato favorevolmente per liberare i centri abitati dai ratti, i quali erano portatori di pese. Fu finalmente nel 1700 che il gatto venne accettato come vero e proprio animale domestico.

Nel 1800 sono state selezionate le prime razze domestiche di gatto. Tra queste troviamo il:

  • Certosino
  • Persiano
  • Siamese

Quali sono le differenze tra gatto selvatico e gatto domestico?

Come possiamo vedere, i nostri gatti domestici confermano diverse caratteristiche di quello selvatico. Come per esempio il comportamento predatorio. Il gatto domestico risulta senza dubbio un po’ più socievole verso l’uomo e agli altri gatti rispetto al selvatico, anche se comunque rimane pur sempre un solitario.

GATTO ADOZIONE
Curiosità Sui Gatti

A che mese adottare un gatto?

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Adottare un gatto è senza dubbio un gesto bellissimo. Un gesto di amore verso il micio che decidiamo di accogliere, ma anche verso noi stessi. Si perché ci offriamo la possibilità di sperimentare un nuovo vero amore, molto più libero e meno egoistico di quello che può essere stretto con persone o altri animali.

Quando si parla di adozioni però si entra sempre in tema complicato. Certamente quando togliamo un gattino dalla strada, affamato, denutrito, sporco e disperato, c’è poco da domandarsi ed è il caso di prenderlo al volo e dargli un posto caldo dove vivere, insieme a persone che lo ameranno incondizionatamente.

Diverso invece è il discorso quando il gattino che si desidera adottare fa parte di una cucciolata e avete magari letto su Facebook o in qualche altro posto che questi bellissimi gattini hanno bisogno di una famiglia. Il discorso che vogliamo affrontare oggi è proprio questo: quand’è il momento giusto per adottare un gatto? Dopo quanti mesi si può prendere?

A quanti mesi prendere un gattino

Se il gattino è con la sua mamma in questo momento, lascialo con lei almeno per i primi due mesi di vita, un mese in più è anche meglio. Oltre a essere un gesto d’amore verso il piccolo, che comunque prima o poi dovrebbe essere separato dalla mamma per il semplice fatto che la padrona umana non potrà tenerli tutti, è anche importante lasciarlo con la mamma almeno per i primi due mesi per il benessere e la salute del tuo gatto.

Se il gattino viene staccato prima dalla mamma è possibile che questo influisca sul suo corretto sviluppo e la sua crescita. Questo è vero sia per il discorso della nutrizione e dell’allattamento, ma anche dal punto di vista sociale.

L’allattamento del micio: ciò che dovete sapere

Vediamo le fasi dell’allattamento del micio.

  • Prima fase: include le prime tre settimane di vita del cucciolo. I primi dieci giorni si muove come un serpente, muovendo i muscoli dei fianchi e oscillando la testa. Ancora i suoi occhi sono chiusi e si orienta solo per la suzione. Si conclude questa fase con il gattino che già manifesta preferenze per esempio sul capezzolo dal quale mangiare.
  • Seconda fase: è la quarta settimana, dove al gattino nascono i dentini ed ecco che prende iniziativa con la poppata oppure l’accoglie quando è la mamma a volerlo nutrire.
  • Terza fase: è anche l’ultima fase e si entra già nel secondo mese. La mamma già non invita più i suoi gattini a mangiare e se li allatta, lo fa solo in piedi. Già non si sdraia più al loro lato. Questo accade perché i gatti sono già vivaci, capaci di allontanarsi e fare le loro cose. Iniziano a giocare etc. In questa fase la mamma va anche a caccia di cibo per i piccoli, in modo tale da iniziare la fase dello svezzamento.

Lo svezzamento del gatto

Come abbiamo visto inizia adesso lo svezzamento del gattino. La madre inizia infatti a ridurre un po’ alla volta le attenzioni che da ai suoi cuccioli. Questa fase inizia verso la quarta settimana e termina con la settima. Ecco perché prima dei due mesi non è assolutamente consigliabile separare i cuccioli dalla madre.

Quando ci si può avvicinare ai gattini?

E’ possibile avvicinarsi ai gattini già a partire dalla terza settimana. Non è un problema infatti da questo momento in poi cercare per esempio di toccarli. Anzi, scientificamente è stato confermato che se inizia presto il contatto con l’essere umano, il gattino può riuscire tranquillamente ad avere un contatto molto più sincero e sereno con gli umani in futuro.

Non dimentichiamoci però che i gattini non possono essere adottati a questo punto. E’ accettato solo il contatto. Come dicevamo il momento migliore per prendere il gattino è quando la mamma dimostra che il suo ruolo non è più indispensabile. Non dimentichiamoci che i gatti in natura non stanno tutta la vita con la mamma. Arriva il momento che se ne vanno e probabilmente non la rivedranno più.

Per esempio la mamma deve insegnarle le tecniche di caccia per sopravvivere. Si tratta di un insegnamento graduale e più che altro è legato al fatto che la mamma calibra il comportamento del gattino in modo tale che possa sopravvivere in futuro. Lo educa all’autocontrollo ma anche all’inibizione del morso, in modo tale che possa poi convivere con l’uomo.

Cosa accade quando il gatto viene distaccato dalla madre in anticipo?

Quando il gattino viene staccato in anticipo dalla mamma, può andare incontro a problemi di crescita e di comportamento. Dal punto di vista nutritivo ovviamente è meglio lasciarlo con la mamma per il tempo necessario, in modo che si occupi lei dell’allattamento e dello svezzamento. Però non è solo per questo, i problemi che possono subentrare se viene distaccato troppo presto dalla mamma sono:

  • Sindrome di iperattività: il gatto semplicemente non è in grado di autocontrollarsi. Tende a mordere e sgraffiare sempre, a saltare in qualsiasi posto e non sapersi regolare con il cibo. Difficilmente riesce a controllarsi e socializzare tranquillamente.
  • Sindrome di privazione sensoriale: il gatto in questo caso ha paura praticamente di tutto e resta sempre nascosto. Non esplora la casa e si muove la notte per mangiare, cercando così di evitare gli adulti. Se viene accarezzato per esempio, potrebbe manifestare aggressività. Questo accade per esempio quando viene abbandonato dalla parte della mamma.
  • Claustrofobia: questa è l’ansia dei luoghi chiusi. Il gatto è nervoso, frenetico, non ama molto le coccole e la sera quando i proprietari tornano è particolarmente agitato. Accade quando da cucciolo ha vissuto in ambienti iperstimolanti e invece adesso, si trova in un ambiente ipostimolante.
gatto che scappa
Curiosità Sui Gatti

Gatto che scappa: perché lo fa?

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Ci sono volte che il gatto scappa. E’ un avvenimento che non succede sempre e non tutti i gatti tentano la fuga. Sono tanti i motivi per cui il micio di casa può cercare di andarsene. Alcune volte per esempio non si tratta di una vera e propria fuga, ma piuttosto il desiderio di farsi un “giretto” ed esplorare un po’, giusto per non annoiarsi. Il gatto che scappa però causa ansia nei padroni, che si preoccupano e iniziano a cercarlo nei posti più improbabili. Questo accade soprattutto quando il gatto normalmente non è abituato a uscire di casa.

Chi ha un gatto sa perfettamente che normalmente è un animale molto tranquillo. Tende a passare il giorno sonnecchiando in casa, bello rilassato. Magari in un angolino al sole. Però non bisogna dimenticarci che i gatti sono anche degli inguaribili curiosi e cercano perciò di distrarsi anche attraverso delle piccole fughe fuori di casa. Alcune volte si trovano semplicemente nel giardino del vicino, altre volte invece il loro spirito nomade ha prevalso ed ecco che si sono lasciati trasportare lontani da casa.

Se una girata di un’ora può non preoccupare il padrone, diverso il discorso invece quando il gatto se ne va per alcuni giorni. Ecco che in quest’ultimo caso si può davvero parlare di fuga. Ma perché lo fa? Quali sono i motivi che spingono il gatto a fuggire di casa? Scopriamoli!

Gatto che si allontana da casa: ecco perché lo fa

Non esiste una risposta unica, ma una serie di motivazioni che possono spingere il gatto ad allontanarsi da casa. I gatti che ne sentono maggiormente il bisogno sono i maschi non castrati. In questo caso la motivazione è più che evidente ed è la voglia di procreare. Stiamo parlando del semplice istinto di riproduzione che possiedono tutti gli esseri viventi. IN questo caso, il gatto può trascorrere anche intere settimane fuori casa. Si tratta di una situazione pericolosa, non solo dal punto di vista del fenomeno del randagismo, ma anche perché il gatto in questo periodo non avrà accesso alla sua fonte di cibo e acqua potabile, perciò si nutrirà saltuariamente.

Spesso il gatto maschio che cerca la sua femmina, si trova a litigare con altri maschi in modo da potersi aggiudicare uno specifico territorio e ottenere perciò la possibilità di avvicinarsi a una femmina e riprodursi.

Ok, il gatto è sterilizzato. Quale può essere perciò il motivo della sua fuga? Come vi dicevo, i gatti sono animali molto curiosi. Ciò significa che amano esplorare posti nuovi, si annoiano sempre chiusi in casa e questo li porta a conoscere posti nuovi, dove non ha mai cacciato, giocato o dormito. Gli stimoli sensoriali sono fondamentali per qualsiasi tipo di animale, incluso appunto il nostro amatissimo micio domestico.

Il gatto può anche spaventarsi davanti a un cambiamento e decide perciò di darsi alla fuga e cercare la sua nuova stabilità altrove. Potrebbe per esempio dipendere dall’arrivo di una nuova persona in casa (a vivere), l’arrivo di un neonato, di un nuovo animale domestico etc. Oppure il gatto potrebbe non gradire troppo il trasferimento nella nuova casa. Molto dipende dal carattere del gatto comunque in questo caso. C’è da dire che non tutti reagiscono nello stesso modo davanti a questo genere di cambiamenti. Per esempio tantissimi gatti sono assolutamente affezionati al proprio padrone e mai lo lascerebbero e si allontanerebbero da lui, nonostante i possibili cambiamenti.

Il gatto semplicemente potrebbe perdersi. Per quanto sia difficile che ciò accada, se il gatto per esempio cerca di raggiungere X posto oppure sta seguendo un animale, se si allontana troppo potrebbe non essere poi capace di tornare alla propria casa.

Come evitare che il gatto scappi di casa

Prima di tutto è bene fare in modo tale che il gatto NON può scappare. Se avete un giardino, fate in modo che sia ben recintato. In questo modo non può allontanarsi dalla proprietà. Ricordatevi che è fondamentale sterilizzare il gatto, tanto per prevenire il problema del randagismo, sia per evitare che il gatto se ne vada in cerca di femmine.

Se il vostro gatto è bastanza avvezzo alle fughe, potete prendere in considerazione di applicare dei dispositivi al collo dell’animale in modo tale da rintracciarlo quando si allontana troppo da casa. Assicuratevi che si tratti di oggetti non invasivi e che davvero vi possano dire dove si trova il gatto in ogni momento.

Curiosità Sui Gatti

“Di uomini e gatti” l’amore tra il gatto e il suo padrone (uomo)

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Quando si pensa a una persona amante dei gatti, immediatamente si pensa a una donna. Se da una parte tendenzialmente è vero che la maggior parte delle “gattare” sono donne e si sente parlare meno di “gattari”, non è corretto pensare che il rapporto tra un gatto e il suo uomo, sia meno forte che quello tra un gatto e la sua donna. Ed ecco che, proprio per esprimere questo importante concetto, arriva Sabrina Boem con il suo “di uomini e gatti”. Lo ha espresso grazie al suo progetto fotografico, dove appunto vuole sottolineare quanto è importante il legame tra un uomo e il suo gatto.

Uomini gattari, un legame ancor più forte

Grazie al lavoro di Sabrina le persone si sensibilizzano un po’ di più su questo importante tema. Grazie al suo servizio fotografico che cattura in modo evidente il profondo rapporto tra un gatto e il suo padrone, viene finalmente sfatato che la “gattara” è solo donna. Sono tantissimi gli uomini che amano i gatti e li accudiscono con amore, sviluppano un rapporto davvero speciale, dolce e profondo.

Ma questo non è l’unico progetto di Sabrina. La fotografa infatti riserva uno spazio importante del suo lavoro ai gatti di colonia. Fotografa infatti i gatti delle colonie feline, animali spesso “invisibili” e non apprezzati. Racconta così la storia di persone che davvero si prendono cura di questi gatti invisibili e che vivono nelle colonie, dedicando praticamente la loro vita a questa missione in modo da far vivere nel modo più dignitoso possibile questi gatti.

Questi gattari e gattare scelgono come propria famiglia i gatti. E lo fanno in modo speciale. Ma come mai Sabrina ha deciso di avviare il suo progetto “di uomini e gatti”? Ecco la storia

Di uomini e gatti, la storia di un progetto affascinante

Sabrina inizia questo progetto quando conosce Berto tre anni fa. Berto è un gattaro ed è stato, insieme al gatto George, il primo scatto del progetto. Berto si occupava del rifugio di Forte Marghera dove Sabrina già lavorava per riuscire appunto a portare in evidenza il problema dei gatti delle colonie “Invisibili. Il mondo segreto delle colonie feline”.

Ecco che quando Sabrina arriva a Forte Marghera per fare i suoi scatti per il progetto INVISIBILI, conosce a Berto di persona. E fu proprio lui a domandarle se poteva fargli uno scatto con George, lo splendido micio che si stava strofinando sulle sue gambe in quel momento. Il loro rapporto si poteva cogliere già dal primo momento. Era un amore fortissimo a legare Berto e George.

Berto raccontò a Sabrina la storia del gatto George. Era un gatto “spirito liber” del rifugio Enpa di Forte Marghera. Da qui i gatti possono entrare e uscire quando vogliono. Berto già lavorava li e il gatto lo scelse, e lo dimostrò. Ogni mattina lo aspettava per ricevere la sua coccola mattutina, così come Berto quando aveva il tempo libero cercava George per stare con lui.

Purtroppo oggi George non c’è più, ma Berto continua a dedicare buona parte del suo tempo ai gatti ospiti di questo rifugio. Però Berto non era certo l’unico uomo, molti altri facevano i volontari in questi rifugi! Ed ecco che, parlando della cosa con degli amici, che rimasero sorpresi di sapere che degli uomini si dedicano al volontariato con i gatti, Sabrina decise di mettere in piedi il progetto Di gatti e uomini.

Lo scopo di gatti e uomini: il perché di questo progetto

La fotografa Sabrina Boem in verità non aveva solo uno scopo. Da una parte c’era ovviamente il desiderio di sfatare il poco simpatico luogo comune che vuole che solo le donne sono gattare. Dall’altra parte, forse era davvero questo l’obiettivo, vi era la sfida di voler portare alla luce una situazione, quella dei gatti delle colonie e della strada. Di come poi tanti uomini decidono di aiutare i gatti a livello individuale, ospitandoli a casa propria fino a quando non riescono a trovare una famiglia tutta per loro. Oppure di come tanti uomini dedicano molto tempo nei gattili e nei rifugi come volontari per aiutare questi gattini bisognosi di cure, amore, cibo e coccole.

Insomma, “di gatti e uomini” e anche un omaggio allo splendido lavoro che svolgono tanti di questi uomini per cercare nel proprio piccolo quanto immenso gesto di offrire ai gattini una vita molto più dignitosa.

Tanti di questi uomini che sono stati coinvolti nel progetto hanno chiesto a Sabrina di scattare foto anche ai propri gatti domestici, cioè ritrarre il loro rapporto nell’intimità delle mura domestiche. Questi uomini hanno raccontato dei gatti delle loro vite, commuovendosi nel ricordare questi compagni di vita. Inutile dire che le sessioni di foto sono state per lei molto intense.

Molti scatti di Sabrina, come lei stessa svela, mostrano appunto questi uomini con il gatto in braccio. Una scelta stilistica? No. “E’ stata una decisione di queste persone: tutti volevano assolutamente essere ritratti in un momento che mostrasse l’affetto e il rapporto intimo che hanno con i loro amici pelosi.”

gatto pasta
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Gatto fa la pasta: perché e cosa vuol dire

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Senza dubbio tra le cose più curiose che fanno i gatti troviamo “la pasta” o “il pane”. Si tratta di quel movimento delle zampe che esegue il gatto su di noi, sui vestiti, il divano o un altro animale. Muove le zampe davanti in modo armonioso, tirando fuori le unghie. Nel frattempo di solito fa anche le fusa. E’ certamente un movimento difficile da spiegare, ma chiunque ha un micio in gatto sa perfettamente di cosa parlo.

Quando il gatto fa la pasta senza dubbio ci sta inviando un messaggio ed è molto piacevole. Tendiamo però a interpretarlo in molti modi differenti, anche se il più comune e diffuso è che si tratta di un gesto di affetto. Proprio per questo motivo oggi siamo qui ad approfondire il tema, per capire bene come, quando e perché il gatto fa la pasta.

Quando il gatto fa la pasta, cos’è questo gesto?

Esistono molti modi per definire questo movimento tipico del gatto. Il più comune è proprio “fare la pasta”. Però si può dire anche “fare il pane” oppure “fare il panettiere”. Almeno se restiamo ovviamente nei confini della lingua italiana. In inglese invece si dice “making bread” oppure “kneading” o ancora “making biscuits”.

Il nostro micio quando fa la pasta è bello concentrato. Muove le zampe in alternanza, dall’alto verso il basso e poi viceversa. Quando appoggia le zampette sulla superficie morbida (spesso la nostra pancia), ecco che tira fuori le unghie. Normalmente utilizza solo le zampe anteriori per impastare, anche se alcuni gatti le usano tutte e quattro (anche se non sempre). Il gatto tende a fare la pasta sul corpo del suo padrone, oppure su di un altro gatto, su di un cane, su una coperta, il cuscino, la cuccia, un peluche etc.

E il discorso delle unghie? Molti gatti fanno la pasta con le unghie, però non tutti. Dipende dal gatto e da come si abitua a “impastare”. Alcuni gatti le tengono fuori solo parzialmente, altri le tengono retratte, altri ancora invece le tengono del tutto fuori. Il problema quando si presenta l’ultimo caso è proprio che il gatto tende a rovinare gli oggetti e, se lo fa su di noi, a graffiarci. Quante volte però non lo fermiamo semplicemente perché ci sembra “tanto dolce” e allora soffriamo in silenzio? Bene, vediamo perché il gatto fa la pasta perciò

Il gatto che fa la pasta: quando e perché

Non esiste un solo “perché”. Partiamo dal principio infatti e vediamo che il gatto la prima volta che impasta è dopo essere nato e lo fa per stimolare la mammella della madre affinché fuoriesca il latte materno. In questo modo può iniziare ad assumere il suo primo pasto. Non solo, la mamma nello stesso momento inizia a impastare anche lei, o meglio, a simulare questo movimento, per rilasciare le endorfine.

Attenzione però, molti proprietari di gatti si domandano il perché il proprio micio adulto non impasta più. La verità è che non tutti i gatti lo fanno. E non c’è un motivo. Non è sinonimo di un problema o di una malattia.

Detto questo, vediamo perché i gatti che impastano, lo fanno:

  • Produce endorfine: il gatto quando fa la pasta produce endorfine. Grazie a questo movimento inizia a rilassarsi e a stare bene. Si nota che sta bene proprio perché tende a socchiudere o chiudere del tutto gli occhi, respirando lentamente. Spesso e volentieri il gatto si addormenta facendo la pasta.
  • Comportamento infantile: non perché è infantile, ma perché ricorda il momento piacevole in cui succhiava il latte dalla mamma.
  • Memoria ancestrale: i gatti selvatici impastavano il terreno per capire se era sicuro e comodo, così da assicurarsi di poterci dormire sopra in sicurezza
  • Marcatura olfattiva: quando impasta produce un feromone con le ghiandole dei cuscinetti. Quando impasta su di noi perciò, sta spargendo i suoi feromoni per marchiare il territorio e far capire così agli altri ipotetici gatti con cui potremo entrare in contatto che “siamo già di un gatto specifico”.
  • In prossimità del calore: in prossimità del calore alcune gatte iniziano a impastare. Anche se comunque non è l’unico segnale. La gatta in estro per esempio emette forti miagolii e si rotola, cerca di sedurre eventuali altri gatti in casa.

Non sempre però è un segnale positivo che il gatto fa la pasta. Se per esempio reputa l’ambiente dove vive troppo stressante, ecco che allora impasta più del dovuto ma solo per riuscire a rilassarsi e stare meglio. Perciò si, può essere un sintomo stesso dello stress!

Un altro tipo di problema può essere il gatto che impasta e allo stesso tempo succhia, ciuccia o morde. Se ciò accade, può esserci stato un problema a livello dello svezzamento.

gatto spaventato
Curiosità Sui Gatti

Gatto che soffia: significato e cosa fare

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Il gatto, secondo Konrad Lorenz, padre dell’etologia, è uno di quegli animali che riesce davvero  bene a esprimere il proprio umore. Questo bellissimo felino domestico infatti riesce a utilizzare una quantità di espressioni davvero vasta, comunicandoci così, in modo piuttosto inequivocabile, quelle che prova in un preciso momento. Per questo motivo oggi analizziamo cosa significa uno dei comportamenti più tipici, il gatto che soffia. 

Quando il gatto soffia, la cosa migliore da fare è lasciarlo in pace. Non è certo il caso di prenderlo in collo, oppure irritarlo di più. Non dimentichiamoci che tutti gli animali sono imprevedibili, l’essere umano in primis. Solo che a differenza di un’altra persona, non è possibile mettersi a tu per tu con il gatto e farsi spiegare cos’è che lo ha fatto arrabbiare. Meglio perciò lasciarlo sbollire da solo, fino a quando non si calma.

Gatto che soffia: di chi è?

Ovvio poi dipende tanto dal gatto. Cioè, se il gatto non è nostro ma è un gatto incontrato per strada, se nel tentativo di avvicinarlo per offrirgli coccole o cibo inizia a soffiare, sicuramente è spaventato e intimorito da esperienze passate poco piacevoli. Se proprio avete piacere a far amicizia con quello specifico gatto, magari perché gironzola spesso vicino a casa vostra, allora poco a poco potete cercare di conquistare la sua fiducia senza forzarlo.

Se invece è vostro il gatto che soffia, può darsi che qualche vostro comportamento non gli è andato particolarmente a genio. I nostri gatti è più raro che soffino infatti per sfiducia, ma piuttosto perché qualche cosa che facciamo li irrita. Per esempio toccarli quando dormono, spaventarli all’improvviso… se il gatto è vostro sicuramente sapete anche cos’è che lo infastidisce, perciò meglio prevenire e non farlo innervosire.

Cosa significa il gatto che soffia?

Tra i tanti modi di esprimere il suo (mal)umore, il gatto ha il soffio. Se non avete mai visto un gatto soffiare, capirete cosa intendo nel momento stesso che ne vedrete uno. Il gatto vi fissa in modo intenso, drizza la coda, gonfia il pelo e apre la bocca emettendo un verso in cui tira fuori l’aria senza però emettere nessun miagolio.

Quando il gatto soffia vuole invitarvi ad allontanarvi, perché vi dice senza tanti giri di parole che è nervoso. Perciò se volete che tutto torni al più presto come prima è senza dubbio una buona idea allontanarvi per un po’ e lasciarli in pace.

Fondamentalmente però sono due i motivi per cui un gatto soffia. Se lo fa senza apparente ragione è perché in verità vi sta minacciando lui, è aggressivo per scelta, magari per difendere se stesso o qualcosa (come i cuccioli o chissà, del cibo). Altre volte invece il gatto soffia come risposta a una minaccia.

Alcune volte poi è solo un avvertimento. Altre volte si tratta di una minaccia d’attacco vera e propria. Nel secondo caso non si limita a soffiare ma cambia anche in modo piuttosto evidente la sua postura, ecco che arcua la schiena “fa la gobba” in modo tale di attaccare “il nemico” e allontanarlo.

Di solito questo tipo di comportamento lo si vede nel gatto “adulto” di casa verso il nuovo arrivato, che sia adulto o un gattino. In questo caso il suo scopo è quello di allontanare il gatto nuovo per una questione territoriale.

C’è poi un secondo gesto che può essere associato al soffiare e in quel caso si che occorre allontanarsi immediatamente perché l’attacco è vicino. Cioè quando il gatto sputa. Significa che vuole che ci allontaniamo rapidamente.

Ricordatevi che il gatto quando decide di minacciare non si allontana, ma piuttosto soffia, passando poi a mordere o graffiare. Perciò non avete possibilità di uscire voi vincitori dalla discussione.

Diverso è il discorso quando il gatto soffia perché è impaurito e spaventato. Il gatto in questo caso si che soffia, però lo fa accucciandosi, si fa più piccolo. Soffia ripetutamente e dice perciò che si, in caso di necessità è disposto anche a difendersi. Però lo farà solo se è costretto. Se può anzi, cerca di prendere una via di fuga il più velocemente possibile.

Il gatto che soffia nel gioco

Esatto, il gatto può soffiare anche nel gioco. Questo perché simula la minaccia di attacco. E’ un tipico gioco di un cucciolo in verità, sta sperimentando questa sua arma. Può capitare infatti che nei primi mesi di vita assumano una serie di mosse e attuano una serie di comportamenti come appunto “fare la gobba” o “fare il ponte”, soffiare etc.

Cosa fare quando un gatto ci soffia

Ovviamente la cosa più intelligente da fare quando un gatto ci soffia è proprio quella di non avvicinarci e di non cercare il contatto fisico. Il tempo minimo di distanza consigliato è di mezz’ora, solitamente il tempo necessario affinché il gatto si tranquillizzi.

feromoni gatto
Cura dei Gatti

Feromoni del gatto: cosa sono e a cosa servono

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I feromoni del gatto sono un importante mezzo di comunicazione per il nostro amato felino. Per questo è importante imparare a conoscerli, così mentre lui raccoglie le informazioni che gli servono nell’ambiente che lo circonda, noi le raccogliamo su di lui imparando a conoscerlo un po’ meglio.

Per noi esseri umani non è certo facile comprendere il complesso meccanismo dei feromoni. Anche perché significa riuscire a comprendere anche come il gatto comunica.  In questo articolo analizziamo prima di tutto cosa sono i feromoni del gatto e a cosa servono, dopo vediamo invece cosa sono i feromoni che si trovano in commercio.

Cosa sono i feromoni del gatto

Quando si parla di feromoni del gatto si intendono quelle molecole che rilasciano e utilizzano per trasmettere i segnali chimici che modificano la fisiologica ma anche il comportamento di chi può percepirle. Si tratta di una forma di comunicazione usata non solo dai gatti e da altri mammiferi, ma anche in verità dagli insetti, dai rettili e dai pesci.

Non tutti però sono capaci di produrre i feromoni. Prendendo in considerazione esclusivamente i feromoni dei mammiferi, si nota che i carnivori sono animali che possiedono all’interno del loro corpo un numero di strutture decisamente più alto per poter produrre e rilasciare queste molecole.

Detta così potrebbe sembrare che la comunicazione avviene attraverso un odore particolare. In verità non è così. Non si tratta di molecole odorifere e infatti non possiedono nessun tipo di odore. Si tratta di particelle che vengono inalate e raggiungono il Sistema Limbico, cioè quella parte del cervello dove si originano le emozioni.

Come si trasmettono i feromoni?

Esistono in verità diversi metodi in cui un gatto può trasmettere feromoni. Può farlo nell’aria, può farlo rilasciandoli nel suolo, oppure anche nell’acqua oppure in altri tipi di supporti solidi.

I gatti esattamente come trasmettono i feromoni, sono ovviamente anche capaci di percepirli. E quando lo fanno, possiamo accorgercene dalla Flehemen, cioè un’espressione tipica che assumono molti animali quando ciò accade. E’ un tipo di espressione necessaria al gatto per poter appunto assumere bene le molecole e farle arrivare fino al sistema limbico. In questo modo, possono ottenere il messaggio trasportato dai feromoni.

Il numero di feromoni in verità è davvero elevato e al momento, nonostante gli studi effettuati a riguardo, non sono nemmeno stati individuati tutti quanti.

Dove produce i feromoni il gatto?

Il gatto produce i feromoni in diverse parti del corpo. A produrli però sono delle specifiche ghiandole. Le più importanti comunque sono quelle presenti nelle guance, sul mento, sulle zampe e nella parte sotto la coda.

Ecco spiegato perché il gatto quando desidera depositare i feromoni, fa mosse particolari. Come quando strofina la sua testina sopra le tue gambe, il tuo viso o un qualsiasi oggetto di casa. Quando gratta o graffia qualcosa, quando da colpetti con la testa o si fa le unghie. Anche quando “fa il pane” emette feromoni.

I feromoni facciali del gatto in particolar modo si suddividono in tre frazioni. E sono:

  • F2: questi feromoni sono legati alla riproduzione e sono emessi con la marcatura urinaria.
  • F3: sono i feromoni che il gatto lascia sugli oggetti e gli ambienti a lui familiari.
  • F4: sono i feromoni che il gatto emette sui membri della famiglia

Per il gatto depositare i feromoni è fondamentale, così come poterli “annusare” dopo. Se infatti vengono eliminati completamente i suoi feromoni dall’ambiente, il gatto può restarne destabilizzato. Ecco che piuttosto presto si metterà all’opera per riuscire a segnarli più in profondità, magari proprio per evitare che capiti di nuovo che vengano rimossi.

Ovviamente non mancano in commercio anche i feromoni sintetici, in modo tale da evitare che il gatto marchi il territorio con la sua urina, oppure facendosi le unghie su porte e divani. Non è detto che funzionano completamente, in ogni caso dovete sapere che in commercio esistano sia l’F3 che l’F4.

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Avvelenamento gatto: sintomi e cosa fare

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Quando si parla di avvelenamento dei gatti è fondamentale come prima cosa rivolgersi immediatamente al proprio veterinario di fiducia. E’ un tema infatti molto delicato e grave allo stesso tempo. Un avvelenamento infatti può comportare la morte stessa del gatto o comunque provocare danni gravi nel corpo del micio.

Il gatto come sappiamo bene è un animale dalla natura molto curiosa. E’ più corretto dire “troppo” curiosa. Tant’è che spesso l’avvelenamento del gatto avviene nell’ambiente domestico perché ingerisce sostanze tossiche lasciate inavvertitamente alla portata di zampa dal suo padrone. Altre volte invece può essere di natura dolosa, come per esempio un vicino di casa che non tollera troppo che il nostro gatto vada a fare bisogni nel suo giardino e decide di passare a un atto che, è bene saperlo, è considerato un reato penale.

Purtroppo non mancano infatti le persone che, anche senza motivo (tralasciando il fatto che nessun motivo è valido per cercare di uccidere un altro essere vivente), inizia a spargere per una strada bocconi avvelenati.

Sintomi dell’avvelenamento del gatto

Non tutti i tipi di avvelenamento sono uguali. Perciò in base al tipo di sostanza ingerita, possono manifestarsi sintomi differenti tra di loro. Come dicevamo però, l’avvelenamento del gatto è un problema serio e in alcuni casi può portare alla morte stessa del micio ancor prima che ti rendi conto dei sintomi.

Se invece l’avvelenamento non porta alla morte in tempi rapidi o è più che altro un’intossicazione non troppo grave, ecco che il gatto potrebbe iniziare ad avere sintomi come la diarrea, il vomito, la salivazione abbondante e, in caso di avvelenamenti forti anche convulsioni per poi arrivare alla morte.

La morte sopraggiunge in base a quanto è grave il tipo di avvelenamento, la sostanza assunta, la dose, i tempi di esposizione al veleno stesso. Inoltre, la cura è tanto più efficace quanto tempestivamente il padrone si rende conto della situazione.

Cosa fare quando il gatto è stato avvelenato

Se il vostro gatto o un gatto che avete trovato ha i classici sintomi di avvelenamento, oppure sospettate che si sia avvelenato ingerendo inavvertitamente una sostanza tossica, la cosa che dovete fare è portarlo immediatamente dal veterinario. I rimedi fai da te in questi casi dovrebbero infatti essere evitati, perché probabilmente non funzionano.

Per esempio vi è la credenza giusta ma troppo generalizzata che facendo vomitare il gatto, si fa sempre bene. In alcuni casi è vero perché in questo modo il gatto espelle prima la sostanza. Altre volte invece, in base al tipo di sostanza ingerita, potrebbe essere che il vomito fa estendere i danni. Di conseguenza non va indotto il vomito. Per muoversi nella direzione giusta non solo dovremo sapere quale tipo di sostanza ha ingerito l’animale, ma anche qual è la strada giusta da intraprendere.

Per le sostanze corrosive per esempio è bene non indurre il vomito, ma piuttosto far si che la concentrazione tossica sia inferiore e perciò meno lesiva per l’animale. Un buon rimedio sembra essere diluire in un po’ d’acqua dell’albume.

Anche il latte spesso viene consigliata una soluzione di primo soccorso sempre valida, in verità non è così. Non è adatto per esempio per i veleni liposolubili perché ne aumenterebbe l’assorbimento da parte del corpo.

Proprio per evitare qualsiasi tipo di errore che potrebbe solo peggiorare la condizione del vostro micio, è bene contattare immediatamente il veterinario. In modo che sia lui a dirci cosa fare.

Intossicazione del gatto: i veleni con cui entra più spesso in contatto

Esistono diverse sostanze velenose per i gatti e agiscono sull’organismo dell’animale in modo diverso. Vediamo le principali.

Topicidi: sono le sostanze velenose utilizzate per uccidere i tipo. Alcune volte questi tipi di veleni manifestano la loro azione anche a distanza. I sintomi con questa sostanza possono essere diversi. Per esempio si può parlare di convulsioni, aritmie, tremori muscolari, emorragie polmonari, intestinali o gastriche. Oppure l’insufficienza renale.

Permetrina: è un insetticida che causa nel gatto disturbi di natura nervosa, respiratoria o gastrica. Uno dei primi sintomi che si può riscontrare è appunto la scialorrea. Questo tipo di problema spesso si presenza quando il padrone utilizza per errore o per incoscienza l’antiparassitario del cane sul gatto. Il veterinario può cercare di salvare la vita al gatto per esempio procedendo con una lavanda gastrica, oppure somministrando alcuni farmaci che vanno a ridurre l’assorbimento della sostanza tossica.

Paracetamolo: si, il paracetamolo che assumiamo noi, può far rischiare la vita del vostro gatto. Anche piccole dosi di paracetamolo possono indurre il gatto in una difficoltà respiratoria, in una condizione di cianosi, di ittero o di coma.

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Depressione felina: sintomi e cosa fare

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Può un gatto essere depresso? La risposta è si ed è importante riconoscere questo grave problema del gatto attraverso la giusta osservazione dei sintomi. La depressione felina esiste ed è scatenata da una causa bel precisa, la noia di vivere in un ambiente poco stimolante. Il gatto infatti a differenza del cane non soffre di solitudine, non ha necessariamente bisogno di un altro gatto perché essendo un animale solitario, non cerca la compagnia dei suoi simili. Bisogna però analizzare sempre il contesto.

Il gatto può vivere serenamente solo a contatto con i suoi umani, purché questi possano offrire al proprio animale il giusto tempo e una serie di distrazioni che consentono al gatto di non annoiarsi quando per esempio sono via per lavoro. Altrimenti, può essere una buona idea prendere un secondo micio (nella speranza comunque che i due vadano d’accordo e vogliano giocare tra di loro) in modo tale che in due possano avere i giusti stimoli per non annoiarsi.

Depressione felina: quali sono le cause

Perché un gatto, dall’essere socievole ed espansivo, diventa improvvisamente triste e depresso? Quali sono le cause che portano il gatto a vivere questa condizione? Se l’ambiente poco stimolante è la causa principale, ciò non significa che è l’unico. Per questo motivo oggi analizziamo tutti i motivi per cui un gatto può iniziare a soffrire di depressione.

L’ambiente prima di tutto può essere ipostimolante. Può per esempio dipendere dal fatto che il gatto non può accedere all’ambiente esterno e nemmeno vederlo. Oppure il gattino non ha delle ciotole di cibo e nemmeno di acqua tutte sue, la lettiera è sempre sporca, oppure ogni giorno sono costretti a mangiare sempre lo stesso tipo di cibo. Sono tutte cose che tolgono gli stimoli necessari al gatto. Anche il fatto che il padrone sia sempre fuori casa oppure non si occupi di lui giocando è un punto a sfavore.

Il gatto può iniziare a soffrire di depressione felina quando cambia casa. Non tanto per il cambio in sé, al quale semplicemente gli occorrerà del tempo per adattarsi, quanto piuttosto a una casa differente e che gli impedisce di fare le cose le cose che faceva prima. Per esempio un gatto abituato a stare sempre in giardino oppure sul balcone, soffrirà parecchio il fatto di non avere più a disposizione uno spazio all’aperto.

La depressione felina spesso dipende dal fatto che i vecchi proprietari non possono più occuparsi del micio e allora lo lasciano a una famiglia nuova. Molti gatti a dispetto di quello che si dice sono particolarmente attaccati ai padroni e non vivono bene la separazione con la famiglia. Così come alcuni gatti non tollerano tanto bene per esempio l’arrivo di un’altra persona in casa, che sia ospite o convivente.

Alcune volte invece il proprietario pensa di fare cosa giusta adottando un nuovo animale, invece ecco che il gatto non tollera affatto l’arrivo de nuovo gatto e inizia la depressione.

Come riconoscere la depressione felina: i sintomi

Quando si ha un animale domestico in casa significa prendersi la responsabilità di tutte le esigenze dell’animale, analizzare quelli che sono i suoi bisogni e i problemi che possono sorgere. Ecco che la prima cosa importante da fare è analizzare gli eventuali sintomi.

La depressione felina si riconosce prima di tutto da una condizione di apatia. Inizia a non avere interesse per ciò che accade intorno a lui, niente lo riesce a stimolare più. Inizia a stare troppo tempo fermo e i suoi consueti momenti di attività fisica (le classiche corse per casa come un pazzo, per intenderci), iniziano a essere rare o completamente assenti.

Non vedi quasi mai il gatto, tende a nascondersi continuamente. Non vuole giocare, con te, cerca di evitare il più possibile il contatto fisico con il suo padrone, non fa più le fusa ed evita di strusciare il proprio corpo con quello del padrone. Se si cerca di toccarlo, ecco che se ne va irritato. Il gatto potrebbe anche iniziare a piangere ed è un altro fattore da non prendere assolutamente alla leggera.

Infine, un gatto depresso può anche iniziare a soffrire di inappetenza. Evita di mangiare il più possibile e quando lo fa, è solo per istinto di sopravvivenza e non per vero e proprio appetito.

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Cuscinetti del gatto: cosa sono, a cosa servono e patologie

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cuscinetti del gatto, noti anche come gommini, sono senza dubbio tra le parti del corpo più amate dai padroni. Morbidi, belli e colorati. E’ inevitabile toccare i cuscinetti, stringerli o perché no, sbaciucchiarli. Ma vi siete mai soffermati a pensare cosa sono i cuscinetti dei gatti, a cosa servono e quali sono le patologie o le problematiche che potrebbero colpirli?

Sappiamo bene che nel tentativo di toccare i cuscinetti che hanno, i gatti subito ritirano la zampina infastiditi. Se noi siamo attratti in modo irresistibile dai gommini, i gatti amano invece essere disturbati in questa parte del corpo tanto sensibile. Entriamo subito nel dettaglio e scopriamo cosa sono e come sono formati.

Come sono fatti i cuscinetti dei gatti?

I cuscinetti che i gatti hanno nella parte bassa della zampa sono noti come gommini e sono formati da un accumulo di grasso e pelle. Si trovano in corrispondenza delle dita. Per ogni zampa troviamo 5 cuscinetti, quattro ovali e uno situato nella zona centrale che è di forma triangolare. Quest’ultimo rappresenta il palmo.

All’interno dei gommini troviamo tantissimi recettori nervosi. Ecco perché i gatti non apprezzano che tocchiamo questa zona. E’ per loro sensibilissima e un lungo contatto rappresenta per il felino decisamente molesto.

Questa grande sensibilità locale la si nota anche in un altro contesto, cioè quando il gatto per esempio non ama la lettiera di sassini ma preferisce una sabbietta finissima. Il silicio a molti gatti non da affatto una bella sensazione e per molti risulta un piccolo trauma ogni volta che devono andare a fare i propri bisogni.

Gommini dei gatti: qual è la loro funzionalità

Si, se i gommini dei gatti sono li, c’è un perché. Anzi, la funzione dei cuscinetti in verità è importantissima. Il primo vero scopo è quello di ammortizzare durante tutte le loro camminate o corse, tanto in casa quanto fuori all’aria aperta. Solo il cuscinetto situato più alto nella zampa, cioè quello carpale, ha lo scopo di “frenare”: Il gatto utilizza questo cuscinetto solo in due casi perciò. Uno quando sta scivolando e uno invece quando salta.

I cuscinetti rappresentano parte fondamentale dell’esperienza tattile del gatto. Per loro rappresentano un organo di senso a tutti gli effetti. Attraverso di loro percepiscono anche le vibrazioni del terreno e perciò, se prendiamo in esempio un gatto che caccia, anche come si muove la sua preda.

Un altro scopo dei cuscinetti è quello di rendere il passo del gatto felpato. Gli agguati dei nostri gatti sono memorabili, questo perché effettivamente non li sentiamo arrivare. Noi con il nostro udito non possiamo percepire l’arrivo di un gatto se non ha interesse a farsi sentire.

Gli scopi dei cuscinetti dei gatti in verità non finiscono qui. Un gatto infatti suda dai gommini, in modo da regolare sempre la temperatura corporea. Inoltre è da qui che il gatto emette i feromoni, esprimendo così le sue emozioni a tutti. Emana feromoni quando ha paura per esempio. Basta pensare a quando il gatto viene portato dal veterinario e sul lettino dopo lascia le impronte umide dei polpastrelli.

Patologie e problemi dei cuscinetti, ecco quali sono

Essendo i cuscinetti dei gatti particolarmente sensibili, è facile per esempio che quando cammina su un terreno poco stabile e al quale non è abituato, inizi a sentire fastidio. Alcune volte però potrebbe anche essere ferito da oggetti appuntiti, potrebbe ustionarsi oppure riportare calli e ferite di vario tipo.

I cuscinetti del gatto sono molto sensibili, e nonostante sia la parte del corpo che poggiano a terra, sono molto delicati, specie quando il terreno su cui camminano cambia dal pavimento della cucina a, magari, un sentiero di sassolini, ed il gatto non è abituato. Ci possono essere ustioni ai cuscinetti, calli, ferite a causa di oggetti appuntiti, e così via. Queste non sono malattie, ma problematiche che possono presentarsi.

Un problema dei cuscinetti che non tutti conoscono è il pododermatite plasmacellulare e interessa solo i cuscinetti plantari. Il cuscinetto può iniziare a tumefarsi, rammollirsi e in alcuni casi può anche far male. Si nota che il cuscinetto è colpito da uno stato di ipercheratosi, condizione non troppo comune e non è ben chiara quale può essere la causa. Alcune volete il problema regredisce da solo, altre volte invece no e deve essere trattato dal medico. Spesso però si manifesta nei gatti che soffrono di HIV felina.

Occorre prestare poi attenzione ai cuscinetti dei gatti per assicurarsi che non si gonfino, anche in questo caso serve rivolgersi al veterinario per capire meglio qual è la situazione e se c’è un problema alla base.

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Diario di un cinico gatto, recensione e chi è Daniele Palmieri

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Diario di un cinico gatto è il libro di Daniele Palmieri, pubblicato nel 2015.Autore anche di Viaggio di un cinico gatto. Sono nati come libri auto prodotti ma, grazie al loro successo, ecco che la casa editrice Salani ha deciso di pubblicarli come unico volume.

E’ un libro interessante, raccontato dal punto di vista di un gatto. Un giorno inizia a raccontare la sua vita all’interno del diario, di come è vivere con i suoi due “stupidi umani” e di come se la passa in giro per il parco oppure quando va nella casa del vicino.

E’ un libro ironico, che porta a spostare la consapevolezza su come vive e vede un gatto, il quale si ritiene superiore rispetto alle persone con cui vive. Una serie di divertenti aneddoti su come riesce a scampare pericoli, come si fa nuovi amici e in generale, come riesce a “dominare” e rendere allo stesso tempo migliore la vita dei suoi padroni.

L’idea dell’autore, ecco come nasce Diario di un cinico gatto

L’autore ha avuto come musa un gatto, cioè un gatto nero. Si è messo nei panni del felino immaginandosi che raccontasse la sua vita. E l’autore non ha fatto altro che trascrivere le sue paure, osservando la  sua vita.

Un libro dolce, che ispira e che fa ridere insomma. Soprattutto perché una delle frasi più ricorrenti nel testo è “stupidi umani”. Il gatto protagonista è un po’ irriverente, però in un certo senso i suoi pensieri sono proprio quelli che ci aspettiamo da un gatto. Cioè che ci ritiene inferiori, che non ci percepisce come padroni ma piuttosto come conviventi, persone con le quali condivide lo stesso tetto. Ma è sempre lui a restare il padrone e noi, non possiamo far altro che servirlo.

Il protagonista però non è un gatto reale, cioè non si è ispirato nello specifico a un gatto. L’autore dice che “probabilmente in un altro universo è realmente esistito”. Oppure spiega che magari in un’altra vita è stato lui stesso un gatto.

L’autore però ha un gatto, un piccolo che ha deciso di salvare da una cucciolata e che gli è arrivato quando aveva tre mesi. Nel giro di poco spiega come il suo gatto è riuscito a prendere il controllo della casa e pure del cane, esattamente come è successo nel libro.

Un gatto senza nome

Una cosa che colpisce sin da subito durante la lettura del libro è che il gatto non ha un nome. L’autore ha spiegato che si tratta di un particolare pensato e voluto. Il gatto quando fa conoscenza e deve presentarsi non dice mai il suo nome.

Da una parte l’autore voleva che questo gatto rappresentasse tutti quanti i gatti. E’ un po’ come un’icona, un gatto che appunto non esiste ma può essere qualsiasi gatto del mondo. Si tratta di un archetipo, in modo tale che qualsiasi lettore potesse immaginarsi appunto che il protagonista del testo è il proprio felino. O meglio, il felino che lo governa e lo tollera.

C’è poi un’interessante storia molto bella. Quella secondo cui il gatto ha tre nomi. Il primo è quello che i suoi “stupidi umani” gli hanno dato. Però il gatto non ama essere chiamato così perché lo percepisce come un’imposizione. Il secondo nome è quello con cui lo conoscono gli altri gatti e infine, c’è il suo nome segreto che non rivela mai a nessuno.

Infine c’è un altro motivo per cui ha deciso di non chiamare con un nome specifico il gatto. E questa è che un nome è importante, sbagliare a chiamare il protagonista può infatti compromettere la riuscita del romanzo stesso.

Pubblicazione di “diario di un cinico gatto”, ecco la sua storia

Daniele Palmieri racconta quello che è stato il percorso per riuscire a pubblicare il suo libro. Spiega che nasce come auto pubblicazione, iniziò perciò a promuoverlo da solo in vari modi. Un po’ attraverso Facebook, un po’ organizzando incontri di beneficienza per i gatti. Il tutto ha avuto un buon riscontro.

Anche il suo secondo libro, “viaggio di un cinico gatto”, ha ottenuto un buon successo. Li vendeva anche attraverso Amazon ed ecco che, grazie al riscontro positivo da parte del pubblico, sono rimasti a lungo in classifica sulla piattaforma. Fino a quando non è stato contattato dall’editor Salani per poter realizzare una nuova edizione del testo dove sono inclusi i due volumi.

Dove acquistare Diario di un cinico gatto

Questo libro è possibile acquistarlo non solo su Amazon, ma anche su qualsiasi altro store online. Oggi si può trovare anche in tutte le librerie. Chi vive a Milano può anche decidere di comprarlo direttamente nella Libreria Esoterica di Milano dove Daniele lavora.

Senza dubbio è una lettura da non perdersi se si è amanti dei gatti (e noi certamente lo siamo!), perché ci racconta non solo la vita di un gatto, ma anche come l’animale percepisce la convivenza con noi, i suoi “stupidi umani”.

organi interni gatto
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Organi del gatto: la guida passo per passo

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Quali sono gli organi del gatto? O meglio, quali sono le caratteristiche degli apparati che formano il suo corpo? Da quello riproduttivo a quello cardiovascolare, oggi vogliamo fornirvi una guida semplice ma comunque esaustiva su questo tema. Se siete amante dei gatti e magari convivete con alcuni di questi splendidi felini, dovreste appunto conoscere meglio la loro anatomia.

Ovviamente essendo il gatto un mammifero, la sua struttura anatomica è molto simile a tutti gli altri. Essendo però un piccolo carnivoro, ecco che presenta alcune differenze. Specialmente perché alcuni dei suoi organi dimostrano proprio quando la caccia e l’alimentazione a base di carne sia fondamentale per il suo benessere.

Come è fatto un gatto?

Prima di entrare nel merito appunto degli organi interni del gatto e il funzionamento dei vari apparati, vediamo alcuni dati necessari su questo splendido animale. Ovviamente si tratta di uno schema generico. Non dimentichiamoci che i gatti, seppur tutti simili tra di loro, si differenziano molto in base alle razze.

  • Dimensioni del gatto: normalmente si va da 46 a 51 cm.
  • Lunghezza della coda: tra i 20 e i 25 cm
  • Peso: tra i 2,5 e i 6 kg
  • Temperatura corporea: tra i 38 e i 39,2 gradi
  • Respirazione: Tra i 15 e i 25 respiri ogni minuto
  • Frequenza cardiaca: tra i 110 e i 140 battiti al minuto
  • Gruppo sanguigno: A, B o AB. Il più comune nei gatti è il gruppo sanguigno A
  • Vita media: 15/20 anni

Passiamo adesso all’anatomia interna del gatto, passando da un apparato all’altro. In questo modo potete capire un po’ meglio come funziona il corpo del vostro micio ed eventualmente, quali sono le sue necessità!

Apparato digerente

L’apparato digerente del gatto è decisamente differente dal nostro. Questo perché è un animale esclusivamente carnivoro. Questo paragrafo vi aiuta a capire quanto è importante l’alimentazione del vostro gatto affinché il processo digestivo funzioni bene.

L’apparato digerente inizia con i la bocca e i denti. Sappiamo che i denti di un gatto sono fatti per strappare la carne visto che mastica poco il cibo. Anche la sua saliva è diversa, serve solo da lubrificante perché non contiene come la nostra gli enzimi digestivi.

L’esofago serve solo come punto di passaggio del cibo per il cardias e dopo verso lo stomaco. Ha una capienza di circa 300 ml. E’ nel cardias che il cibo viene aggredito dagli acidi che trasforma il cibo in massa fluida.

Il gatto ha l’intestino tenue tipico di un carnivoro. E’ infatti molto breve, si parla di 2 metri circa. L’intestino crasso invece è di 20-40 cm. Questo perché la carne deve passare rapidamente e non putrefarsi. Inoltre è piuttosto veloce la digestione di un gatto, si parla di circa 12 ore, a differenza di un onnivoro che per digerire impiega tra le 30 ore e i 5 giorni.

Apparato respiratorio

L’apparato respiratorio del gatto è simile al nostro. Si suddivide in vie aeree superiori e inferiori. L’aria entra dalle narici, passa per la laringe e prosegue nella trachea. Arriva nei bronchi, poi nei bronchioli e infine nei polmoni.

Il gatto ha una frequenza respiratoria di circa 20 o 30 atti respiratori al minuto. Varia però in base ad alcune condizioni come per esempio l’età del gatto, l’attività fisica, la digestione e le eventuali condizioni climatiche.

Sistema nervoso

Ha un sistema nervoso simile al nostro. Composto da un cervelletto che controlla il movimento, l’equilibrio e la postura. Inutile dire che nel gatto è molto più sviluppato. Basta vedere come si muove, come cade e come si arrampica.

La corteccia cerebrale invece controlla il movimento volontario, riceve gli impulsi dei recettori sensoriali etc. Nel gatto vediamo come gli stimoli esterni sono fondamentali per la sua crescita, così come l’osservazione e la seguente imitazione degli stessi.

C’è poi il sistema limbico, che è sede delle emozioni e degli istinti. Infine l’ipotalamo, che regola il ciclo sonno-veglia e gli stimoli quali fame e sete.

Apparato urinario del gatto

L’apparato urinario di un gatto ha lo stesso scopo del nostro ed è molto simile. I reni rappresentano uno dei pochi organi deputati allo smaltimento delle tossine e delle sostanze inutilizzabili. Tra questi troviamo i polmoni, i reni, la pelle e l’intestino.

L’urina arriva ai reni, passa poi alla vescica attraverso gli ureteri (i due tubicini che consentono appunto il passaggio) e infine ecco che l’urina viene espulsa con l’uretra. L’uretra nella femmina serve solo per l’urina, nel maschio anche per il liquido seminale.

Apparato cardiocircolatorio

L’apparato cardiocircolatorio è governato dal cuore, circondato dal pericardio e internamente rivestito dall’endocardio. Batte circa 120, 150 volte al minuto e si trova tra la quarta e la settima costa. Il sangue da qui viene mandato ai polmoni, così che possano ossigenarsi. Dopo il sangue torna al cuore.

anatomia del gatto
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Scheletro e ossa del gatto: ecco le caratteristiche uniche

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Come è fatto lo scheletro del gatto? Quante ossa ha nel corpo e come sono suddivise? All’interno di questo articolo andiamo ad analizzare questo tema, in modo da avere un po’ più chiaro come sono fatti i nostri amici felici.

Il gatto possiede uno scheletro con circa 280 ossa. Non si può definire un numero preciso perché il gatto ha le ossa anche nella cosa e alcune razze ne hanno di più rispetto ad altre (dipende dalla lunghezza). Vediamo perciò come sono suddivise le ossa del gatto e quali sono le caratteristiche uniche del cranio, della dentatura, delle vertebre, del tronco e della coda.

Ossa del gatto: la suddivisione

Come ogni mammifero, anche il gatto vede le sue ossa suddivise in gruppi. Vediamole velocemente prima di passare agli approfondimenti nei paragrafi successivi.

  • Ossa del cranio: cranio, mandibola e denti
  • Vertebre: 7 vertebre cervicali, 13 vertebre toraciche (una in più degli esseri umani), 7 vertebre lombari (due in più degli umani), 3 vertebre sacrali (due meno degli umani)
  • Coda: 23 ossa
  • Costole: 13 ossa
  • Zampe anteriori: 41 ossa
  • Zampe posteriori: 39 ossa

Per quanto riguarda invece le articolazioni del fatto, ne possiede tre tipologie differenti. Ci sono le articolazioni fibrose che non sono flessibili (es: quella della della mandibola) e per questo possono rompersi facilmente. Le articolazioni cartilaginee invece, sono molto più flessibili nel gatto se lo paragoniamo ad altre specie, sono infatti dure però flessibili. Infine ci sono le articolazioni sinoviali, e si trovano nelle zampe. Grazie a loro il gatto ha una grande capacità di movimento. Infine ci sono i legamenti che chiaramente sono presenti in tutte quante le articolazioni e giocano un ruolo fondamentale per quanto riguarda la stabilità.

Anatomia della testa del gatto

Il cranio del gatto può cambiare in modo significativo in base alla razza. Basta pensare al Maine Coon, che ha la testa dalla forma quadrata, e il Certosino, che invece la ha rotonda. Ciò che hanno in comune i gatti è l’osso frontale piuttosto corto, con delle fosse orbitali che invece sono ampie. Nel cranio si trova poi molto spazio per i denti la mandibola, tipici di quelli dei carnivori. La mandibola si muove solo in verticale ed ha una grande forza. Ed è proprio nel cranio che è presente l’osso ioide, quello che permette al gatto di fare le tanto adorabili fusa. 

Fondamentale nel gatto è la dentatura. L’ultimo premolare superiore e quello inferiore permettono al felino di strappare la carne. Quando è adulto il gatto ha 30 denti.

Anatomia del tronco e della coda

Il gatto ha vertebre molto flessibili. Basta pensare a quando inarca la schiena facendo la così detta “gobba”. Oppure quando lo si vede pulirsi ruotando la parte anteriore del corpo di 180°. A un gatto non si può certo dire che manca l’agilità e la flessibilità. La prima vertebra cervicale si attacca saldamente al cranio. La colonna vertebrale invece finisce con la coda, all’interno della quale vi sono diverse ossa piccole e flessibili.

La stessa flessibilità viene condivisa anche da tutto il torace in verità. Basta pensare a quando il gatto riesce a passare da fessure tanto strette che ci fanno dubitare che possa riuscirci davvero. L’unico limite che il gatto ha nel passare da una determinata fessura è proprio la testa, che non si adatta. Per esempio ci sono 9 costole che sono collegate allo sterno, mentre altre 4 si muovono liberamente.

Anatomia delle zampe del gatto

Il gatto è dotato di una discreta velocità in corsa. Questo è dovuto anche alle spalle che si muovono in modo indipendente. Dal nostro punto di vista potremo pensare che una limitazione del gatto è non poter muovere gli arti lateralmente, ma per il piccolo felino questo non è affatto un problema.

Guardando bene le zampe posteriori notiamo che sono più lunghe di quelle anteriori. Le prime sono composte da 39 ossa, le seconde da 41 ossa.

Nelle zampe posteriori i gatti possiedono ben 5 dita. Nelle zampe posteriori invece solo 4. Solo in caso di anomalia genetica un gatto può arrivare ad avere più di 18 dita in totale. Si parla infatti di polidattilia e colpisce soprattutto le zampe posteriori. Alcuni gatti arrivano ad avere ben 7 dita per zampa.

Tutto il peso del gatto in verità poggia esclusivamente sulle dita e non sull’intero piede. Gli artigli invece sono piatti lateralmente e ricurvi. Quando li retratta, ecco che si collocano nel loro specifico posto, cioè all’interno di una guaina. Gli artigli però non sono ossa. Sono formati esternamente da cheratina e dentro da un vello ungueale contenente vasi sanguigni. Se viene tagliata infatti, provoca dolore al gatto.

Come ben sappiamo poi, sotto le zampette del gatto ci sono i cuscinetti, noti anche come “gommini”. Sono membrane elastiche, presenti una per ogni dito. Però in totale ne hanno 7 sulle zampe anteriori e 5 sulle zampe posteriori.

origini del gatto
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Storia e origini del gatto: tutto quello che c’è da sapere

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Il gatto è, insieme al cane, l’animale domestico per eccellenza. Se in casa hai uno o più gatti, sono sicura che ti è venuta la curiosità di approfondire un po’ quella che è la sua storia e le sue origini. Oggi infatti tutti sappiamo bene che il gatto era un animale venerato in Egitto ed era considerato alla stregua di una divinità. Però le cose da sapere su questo bellissimo animale non finiscono qui.

Ecco perché oggi vogliamo assolutamente affrontando questo argomento, per approfondire insieme le origini del gatto. Ti avviso già che hanno una storia piuttosto antica e le sue origini si perdono nei tempi.

Le origini del gatto, cosa c’è da sapere sul felino domestico

Probabilmente sei amante dei gatti quanto me. Prima di avere gatti in casa è difficile comprendere quanto affetto possono darti questi piccoli felini. Tanto diversi dai cani, ma non per questo meno affettuosi e di compagnia, seppur a modo loro. Per molte persone avere un catto in casa è un bel vantaggio perché è più indipendente e si adatta bene alla convivenza con altri animali. Oggi però, non voglio concentrarmi sugli aspetti pratici di vivere con un gatto, quanto piuttosto su quelle che sono le sue origini storiche. 

La prima cosa che devi sapere è che i gatti hanno un numero di razze decisamente inferiore rispetto ai cani. Inoltre, le differenze genetiche da un gatto all’altro, sono davvero poche. Tutti i gatti si trovano sotto il nome scientifico di Felis Silvestris Catus. Per quanto riguarda invece il suo nome comune deriva da gattus in latino medievale e da cattus in latino tardo.

Il gatto, antenato del felino preistorico

Il gatto è l’antenato del felino preistorico. Pensa che sappiamo della sua prima comparsa oltre 50 milioni di anni fa, cioè prima ancora che si presentassero i primi ominidi. Il felino preistorico oggi viene chiamato come Miacis. Ovviamente il Miacis oggi è estinto e si è evoluto poi nella famiglia dei Felidi, a cui appartiene il gatto che conosciamo oggi e che tanto amiamo.

Il Miacis però non è stato certo l’unico e ultimo gatto preistorico. Non dimentichiamoci per esempio del Pseudailurus e dell’Acinonyx. Si tratta di due felini che discendono dalla tigre preistorica però sono simili ai gatti. Si parla comunque di circa 18 milioni di anni fa. Pensiamoli come un mix tra una tigre e un gatto. Erano infatti più grandi di un gatto domestico e con una dentatura decisamente più robusta. Il cervello però, stando a quanto oggi ci dicono gli studiosi, era più piccolo.

Proseguendo un po’ nella linea temporale, troviamo a circa 10 milioni di anni fa, i gatti preistorici come il Martelli, il gatto di Pallas e quello Dinictis.

Felis Silvestris, l’anno della sua comparsa

Veniamo adesso alla specie da cui derivano i nostri gatti domestici. Il felis silvestris. La loro presenza si stabilisce tra i 900.000 e i 600.000 anni fa. Le dimensioni di questo felino erano già decisamente più ridotte ed era diffuso un po’ in tutta Europa, Asia e Africa. In base al continente ha assunto caratteristiche diverse.  Perciò possiamo dire che in tutto sono cinque le sottospecie riconosciute del gatto selvatico.

  1. Gatto selvatico asiatico (Felis silvestris ornata): è considerato il più antico. Caratterizzato da un bel pelo maculato e dalla sua corporatura snella. Il suo habitat preferito era la steppa e le zone palustri. Non può vivere invece nelle zone fredde. Da lui derivano alcune razze asiatiche moderne come il gatto siamese e il gatto persiano.
  2. Gatto selvatico europeo (Felis silvestris silvestris): è noto per essere un gatto bello robusto, con un mantello folto per poter sopportare bene i cambi climatici. Riesce ad adattarsi bene anche ai climi più rigidi. Il suo habitat preferito invece è il bosco.
  3. Gatto selvatico africano (Felis silvestris lybica): è un bel gatto dalle orecchie piuttosto grandi e un po’ sproporzionate rispetto alla testa. La sua coda è lunga, il suo corpo è caratterizzato da una figura slanciata e piccola. Ha invece un pelo variegato. Il suo carattere è decisamente migliore rispetto per esempio ai gatti selvatici e infatti socializza meglio con l’essere umano. E’ da lui che nasce infatti il contatto con la cultura egizia e il loro amore verso queste splendide creature.

Gli altri due sono il Gatto selvatico sudafricano (Felis silvestris cafra) e il Gatto del deserto della Cina (Felis Silvestris Bieti)

Gatto comune domestico, cosa c’è da sapere

Concludiamo questo articolo sulla storia e le origini del gatto guardando ora al gatto comune domestico. Ha origine dal Felis Silvestris Lybica. Si pensa che molti di questi esemplari furono portati dalla Mezzaluna fertile in Europa, così da poter salvaguardare le merci dall’infestazione dei topi, la quale rappresentava un problema non di poco conto.

In poco tempo iniziò a svilupparsi in tutto il vecchio continente e iniziò a essere noto come gatto soriano o semplicemente come gatto comune. Sotto tale nome si raggruppano tutti i gatti meticci, cioè che nascono da incroci e non appartengono a una specifica razza. Sono gatti che variano molto nel colore del mantello, nel tipo di comportamento etc.